Ieri sera mi è capitato di vedere la tivù e fare zapping su tre film paralleli. A un certo punto mi soffermo su alcune immagini che mi ricordano Fellini, la musica, la carrellata con i dialoghi serrati, a cascata, che si susseguono sul protagonista assediato da ogni forma umana immaginabili, gli occhiali da sole, e in breve scopro di essere nel bel mezzo di un qualche remake. Si tratta di Nine, e Imdb mi rinfresca la memoria, ricordandomi che è il remake cinematografico del musical a sua volta ispirato a 8 e ½ di Fellini. Quando mi trovo davanti a un rifacimento, di solito drizzo le antenne: difficile che funzioni, e che ne sia valsa la pena (farlo, per loro, e vederselo, per me). In effetti bastano pochi minuti a non farmi ricredere. Fatto sta che però me lo guardo fino in fondo, per poi confermarmi che era meglio rivedermi per l’ennesima volta l’originale, che ogni volta almeno mi aggiunge qualcosa, mentre questo, mah. rifletto.
Forse le uniche parti sensate sono quelle dei balletti, parte dell’essenza del musical, perché nemmeno le parti cantate – nonostante l’innegabile bravura di molti attori che non sono cantanti professionisti – riescono ad avere un senso, con testi al limite dell’imbarazzante. E il film si guarda giusto per la bellezza “classica”, per quanto posticcia, di tuttto il profluvio di star che compaiono nel film, brave sì, ma nel replicare il nulla della sceneggiatura. E qui forse ancora resto magnanimo nel giudizio. Ma ciò che è davvero esiziale è il contesto ricostruttivo, quello di un’Italia degli anni Sessanta che ho impiegato un quarto d’ora a capire che si trattava dell’Italia anni 60 e non della pubblicità del Martini a New York negli anni Duemiladieci, e come se non bastasse, una catena di stereotipi uno via l’altro, per non parlare della pur eccittante (di per se stessa) Fergie che rifa la Saraghina con grandissima carica erotica, sì, ma nell’icona di un videoclip smosciato. E non solo la presunta italianità, ma anche tutto l’universo felliniano è ridotto a mero cliché. Tutto è puritanizzato laddove Fellini lasciava trasparire un aldilà della carne e del cinema, e tutto è sessualizzato con allusioni non allusive, quando Fellini lasciava spazio al gioco, e soprattutto all’autoironia e a quel metacinema che in questo musical è completamente assente, a parte appunto la regola metacinematografica del musical stesso, ovvero quella di infrangere le regole di verosimiglianza per cantare e ballare quando si vuole (per quanto qui il musical sia di volta in volta nella testa dei personaggi, diventando quasi una sorta di simbolo dell’incomunicabilità, così che il momento canoro ballerino viene a essere la parte disperata e solo apparentemente festosa del film, espediente che si rivela l’unico aspetto forse interessante di tutta la faccenda-musical di Nine). E mi riallaccio alla parentesi per trovare qualcosa di buono e non pensare di aver buttato via un’ora e passa (dato che mi son perso l’inizio). Eppure più scavo, più mi torna in mente la tristezza di una Sofia Loren che recita la parte della madre diva irraggiungibile (ma chi ti vuole raggiungere?).
Marion Cotillard si conferma vera dea (involontaria) del film, trasformista e capace di adattarsi nel ruolo di moglie devota e ballerina di bassilluoghi, e anche Daniel Day-Lewis rimane il mostro (in senso positivo) di attore che è, per quanto spesso debba uscirsene con dialoghi artefatti e sbrodolosi che non dipendono da lui. E di nuovo, quello che era in Mastroianni, quel non prendersi troppo sul serio (suo e del personaggio), in questo nuovo Guido diventa drammaticità senza contraltare, serietà sfinita, e certo, si potrebbe sempre dire, è un altro Guido, è un altro film, ma il problema è che è un film che parla di cinema facendo l’eco di un altro film, e nei rimandi continui quasi ci si perde, e l’atto filmico primario scompare, e si dissolve in un guardare senza assistere, in una mera ricerca dei parallelismi tra il Nove e l’8 e ½ originale, la fontana presa da La Dolce Vita, giusto per confondere e sovracitare, dove la Cardinale-Kidman si trasforma in Anita-Kidman della fontana, e tutte le donne diventano la stessa donna, la stessa ossessione, e così via, fino a creare un finale completamente diverso, e decisamente inutile, frutto di quel bisogno hollywoodiano di porre (quasi) sempre una chiusura alla storia. Ecco, avrei mille altre cose da dire, ma forse sarebbero su 8 e ½, per cui capisco che forse l’unico vero merito di Nine è ricordarmi quanto sia bello 8 e ½ e quanto a volte, anziché aggiungere ½, è meglio lasciare i numeri come li abbiamo trovati.

